Fine della sorveglianza speciale e gli anni della guerra: 1933-1943

” …Molte volte arrestato, continuamente perseguitato assieme ai migliori compagni, ci fu impossibile una ripresa organizzativa…fino al 1942 epoca in cui si ripresero i primi contatti con l’organizzazione…”

«….Le vecchie bandiere  Italo Carobbi, Dino Niccolai, Dino Fabbri, Fulvio Zamponi, erano troppo sorvegliati per poter essere di qualche utilità pratica nella propaganda antifascista clandestina…» [Risaliti, 1976,9]

La sorveglianza era continua e molto stretta, ne fa fede questa nota del 22.01.1942, con cui si certifica che “… Il Niccolai viene tuttora vigilato quale sovversivo.”

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Documento 22.01.1942

“… Alla fine del 1942 … si fecero le prime riunioni; la prima con altri 4 compagni in casa mia… in poco tempo nella zona che mi era stata affidata io solo riuscii ad organizzare 18 cellule di cinque compagni…”

 (Durante il periodo dell’occupazione tedesca) “…sono sfuggito a diversi mandati di cattura repubblicana…”

Dai ricordi della figlia Nadia:

La fuga nel granturco

Una delle poche volte in cui Dino si aprì con me, mio padre mi  raccontò di essere stato preso dai nazi-fascisti e caricato su un camion insieme ad altri per  essere deportato in Germania. Fortunatamente il camion si fermò per un guasto e mio padre ed altri riuscirono a  fuggire. Mio padre fece perdere le proprie tracce nascondendosi in un campo di granturco.

Dai ricordi del figlio Luciano

Gli sfollati

Durante la Guerra, Pistoia si trovò in una posizione molto critica, a ridosso della linea gotica; era dotata di una ferrovia particolarmente importante ed era sede della Officine San Giorgio, produzione di veicoli industriali;  fu perciò oggetto di pesanti bombardamenti aerei da parte degli alleati e di  bombardamenti dell’artiglieria tedesca in ritirata. Mio padre fece “sfollare” la famiglia: prima a Campiglio, poi a Le Piastre sulla montagna pistoiese, dove  il 24.10.1943 assistemmo al primo bombardamento di Pistoia, notturno e con l’impiego dei bengala. Ci trasferimmo poi a Lucciano, a Quarrata, a Ramini nelle campagne del pistoiese, quindi  alla Ferruccia presso la famiglia Pomposi.

I Pomposi

Il periodo durante il quale fummo sfollati alla Ferruccia fu abbastanza tranquillo per noi bambini, se si eccettuano gli echi della guerra. Mia sorella aveva soltanto tre anni ed anch’io, nato nel 1935, ero poco più che un bimbetto; i Pomposi erano molto affettuosi con noi: uno dei figli, Marcello, era morto nel dicembre del 1943 durante un bombardamento su Prato e noi bambini riempivamo in qualche modo il vuoto di quella tragica morte.

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In memoria di Marcello Pomposi – Archivio Niccolai

Il santino per la morte di Marcello esprime chiaramente l’orrore della guerra. L’epitaffio dice, fra l’altro: “…sorpreso da una delle tante incursioni sulla città di Prato, tali che rivelano un crimine abbominevole contro le regole della dignità umana…”.

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Consacrazione Don Gualtiero – Archivio Niccolai

I Pomposi erano  ferventi cattolici ma, pur conoscendo le idee di nostro padre, ci trattavano come “di famiglia”. L’altro figlio, Gualtiero, era diacono e fu consacrato sacerdote nel luglio del 1944; durante la celebrazione della sua prima messa Don Gualtiero Pomposi, con una dispensa speciale perché non avevo ancora fatto la cresima, celebrò la mia prima comunione. Don Gualtiero e mio padre, benchè di fedi diverse, andavano molto d’accordo quando parlavano di Patria

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Santino della comunione di Luciano

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In quel periodo, si faceva spesso vedere anche Paolo, un partigiano russo che io chiamavo “zio” perché i miei mi avevano detto che era un fratello di mia madre.

Dai ricordi della moglie Tosca Cocchi

Una donna coraggiosa

Nel 1943 siamo stati “sfollati” anche  a Lucciano. Era una casa di contadini; in una delle stanze interne era stata scavata una grossa buca nel pavimento dove alcune persone potevano stare in piedi ; la buca era stata coperta da un impressionante mucchio di fascine di legna. Veniva utilizzata come nascondiglio durante i rastrellamenti  tedeschi, assai frequenti nella zona. Con noi nella casa c’erano altri “sfollati” fra cui un  Avvocato di cui non ricordo il nome e sua moglie. Un giorno arrivarono i tedeschi per il solito “controllo”, nella buca oltre a Dino c’erano anche mio fratello Cino, Paolo, l’Avvocato ed altri. Uno dei tedeschi incominciò a saggiare e poi a spostare le fascine: sicuramente avrebbe trovato gli uomini nascosti se la moglie dell’Avvocato non avesse incominciato a piangere, gridare e fare da pazza; così quella donna coraggiosa li salvò tutti. Da lì ci trasferimmo a Quarrata presso la famiglia Biancalani.